Pubblicazioni

CENTRO STUDI “LEONARDO MELANDRI”

 

AREA DI RICERCA ADRIATICO-IONICA

Presentazione ecosistema adriatico-ionico

Rapporto ecosistema adriatico-ionico

Presentazione FEI

Dati Adriatico-Ionico

 

PROPOSTA DI STUDIO

Area tematica: Politiche urbane e territoriali

Tema specifico: Centri Storici: questione “ancora” aperta

Documento

Parafrasando il titolo di un volume pubblicato nel 1972 (Centri storici questione aperta, di Carozzi e Rozzi, De Donato Editore) si vuole sottolineare come il tema di ricerca parta da lontano, almeno dalla fine degli anni ’60, quando la cultura scientifica e politica iniziò a porsi in modo sistematico ed analitico il problema dei centri storici, ed in particolare di quelli italiani, affrontandolo sotto il profilo economico, sociale ed urbanistico, e tentando di mettere a punto politiche attive (interventi, contributi, ecc.) e passive (norme, indirizzi, vincoli, ecc.).

Dopo 40 anni alcune cose sono cambiate (l’aspetto fisico degli edifici, il tessuto sociale, ecc.), ma molte criticità sono rimaste, anzi si sono evolute proprio come prevedevano le analisi, in assenza di efficaci azioni di contrasto.

La crisi globale amplifica ed espande gli squilibri economici e sociali della città antica, sia riducendo l’efficacia di politiche di mitigazione (scarsa disponibilità economica per interventi di riqualificazione) che esasperando contraddizioni che pure erano in fase di superamento (concentrazione in zone ristrette e sempre più degradate di fasce sociali deboli, immigrati, basso reddito, ecc.).

Quindi può essere utile rifare il punto della situazione, articolando l’attività di studio e ricerca in tre livelli:

  1. I centri storici italiani oggi, considerazioni teoriche ed esperienze a confronto
  2. Il caso specifico del centro storico di Forlì, evoluzione recente, politiche gestionali, interventi puntuali, identificazione delle criticità e delle aree strategiche
  3. Idee “disegnate”, per migliorare la qualità della vita sociale ed economica del centro

Il tema trasversale primario è quello dell’analisi economica applicata al territorio, con particolare riferimento alle dinamiche (o stasi) commerciali, alla pervasività del terziario, alla contrazione della residenza, alla generalizzata mancanza di integrazione ed equilibrio fra le funzioni urbane, alla questione della mobilità e trasporto di cose e persone in tessuti materiali (edifici, strade, reti) particolarmente fragili e delicati.

Il tema parallelo e concorrente è quello del valore storico e culturale intrinseco dei centri storici italiani, che resta sullo sfondo della ricerca, costituendone non già il nucleo operativo, bensì il valore di riferimento, faro per orientarsi e vincolo alle modalità di intervento.

La finalità della attività di studio e ricerca potrebbe essere così indicata:

  • acquisire, sul tema, contributi teorici e confronto di esperienze da soggetti qualificati e portatori di esperienze dirette e significative
  • aggiornare l’analisi sul centro storico di Forlì ricapitolando l’abbondante materiale prodotto negli ultimi 30 anni
  • fare domande e cercare risposte sul “perchè” si sono nel tempo determinati i fenomeni di degrado e squilibrio, finalizzando ogni attività alla ricerca di soluzioni
  • individuare, per la realtà forlivese, possibili politiche attive e passive, enunciando concetti e criteri utili per la valutazione di impatto e ricaduta
  • individuare, per la realtà forlivese, le aree strategiche per la riqualificazione, cercando di definirne gli obiettivi ed i contorni prestazionali
  • divulgare, visualizzare, pubblicare e mettere a disposizione dei cittadini, degli amministratori, degli imprenditori, dei professionisti, il materiale prodotto o rielaborato, con mezzi diversi ed appropriati.

Dal punto di vista operativo l’attività potrebbe articolarsi in:

  • ricerca sul centro storico di Forlì, intesa come raccolta, studio e sintesi dei materiali già prodotti dalle pubbliche amministrazioni e da altri centri studi
  • giornata di studio sulle tematiche generali riguardanti i centri storici, che potrebbe utilmente essere divisa in due parti: la prima più teorica, con la partecipazione di docenti di economia e urbanistica, la seconda più orientata al confronto di diverse esperienze concrete (casi di centri storici italiani ed europei, esemplificativi per tipologia e problematiche)
  • giornata di studio sulle problematiche specifiche del centro storico di Forlì, che potrebbe utilmente essere divisa in due parti: la prima a cura del Centro Studi Melandri sullo studio condotto (centro storico di Forlì 1974-2014) compreso l’identificazione delle aree strategiche e relativi obiettivi in termini di requisiti e prestazioni, la seconda come tavola rotonda fra soggetti di ruolo operativo e attivo (amministratori, funzionari, imprenditori, associazioni)
  • mostra fotografica correlata alla ricerca ed alle giornate-studio, basata su una selezione tratta del censimento fotografico del centro storico di Forlì fatta da Paolo Monti nel 1974-75, con riproposizione delle stesse inquadrature riprese oggi, eseguite da fotografi forlivesi
  • workshop, proposto dall’Associazione Giovani Architetti forlivesi, con la partecipazione di 5 architetti di livello internazionale, in ambito europeo, che, animando un gruppo selezionato di tecnici, nel corso di una settimana di lavoro a stretto contatto con la realtà locale, elaborano “idee disegnate” sul tema loro assegnato. A ciascun gruppo sarà assegnata un’area strategica individuata in sede di ricerca e relativi obiettivi (requisiti e prestazioni), Alla fine del workshop dovrebbe essere organizzata una mostra, e possibilmente uno o più dibattiti pubblici, per offrire alla città le idee elaborate.

pubblicazione degli atti della ricerca, delle giornate-studio, del workshop, nelle forme il più possibile accessibili ad un  pubblico ampio ed eterogeneo. Divulgazione dei materiali anche in corso d’opera, mediante il sito web del Centro Studi.

L’intento del Centro Studi “Leonardo Melandri” è, da un lato, di vivacizzare il dibattito su queste problematiche, facendolo uscire dai limiti di una visione provinciale e localistica, e dall’altro fornire ai soggetti interessati (amministratori, imprenditori, organizzazioni ed associazioni, ecc.) spunti, idee, strumenti per definire le proprie politiche ed azioni sul tessuto economico e territoriale.

Enti ed organizzazioni che potrebbero essere, a vario titolo, coinvolte:

Comune di Forlì, Provincia di Forlì-Cesena, Università di Bologna, Camera di Commercio, associazioni di categoria (Industriale, commercianti, artigiani, ecc.), ordini professionali tecnici, Istituto Nazionale di Urbanistica, Italia Nostra, ecc.


 


Documento su Riflessioni sulla L.56/14 La sfida dell’ente di area vasta nelle aree non metropolitane

La Legge 56/14 porta a compimento, in tema di riordino amministrativo, un lungo iter che ha fornito, negli ultimi anni, il metro con cui si è misurato il livello di sensibilità pubblica nei confronti dei costi della politica.

Per ciò che attiene agli “enti intermedi” (o ex province) viene confermata la trasformazione in organi di secondo grado, ne vengono snellite le funzioni[1]  e soprattutto ne viene riconosciuto il ruolo di “enti di area vasta”.

Si tratta di un rilancio dell’iniziativa di riforma che rafforza il baricentro comunale nelle autonomie locali, con un effetto di “municipalizzazione”, sebbene in forte raccordo anche con le regioni, confermando l’importanza delle Città metropolitane[2]. L’impatto della riforma sembra tuttavia dipendere in modo cruciale dall’assegnazione definitiva delle funzioni (oltre a quelle espressamente assegnate), prevista a tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge[3].

Il rilancio del tema degli “enti intermedi” in chiave di area vasta pone alcuni interrogativi che  pertengono alla distribuzione delle funzioni tra i livelli di governo locale e alle competenze, nonché alla “potestà regolativa”, degli enti locali, soprattutto in tema di sviluppo territoriale e coordinamento degli investimenti finalizzati allo sviluppo delle risorse locali.

Dalla prospettiva delle politiche di sviluppo locale, l’impatto dell’attuale riforma può essere migliorato su almeno tre fronti:

  1. avendo proceduto ad abbattere i cosiddetti costi della politica delle province, si può ora intervenire su ulteriori       razionalizzazioni sul lato dei costi dell’amministrazione, gestione e controllo delle funzioni degli enti intermedi, anche attraverso un accorpamento di questi stessi enti, per garantire servizi efficienti sulla base di aree geografiche con dimensioni idonee (ciò che in gergo economico sono le economie di scala), soprattutto in aree non interessate dalle Città metropolitane. Si tratta di costi insopprimibili anche nel caso della definitiva scomparsa delle Province attraverso una riforma del Titolo V della Costituzione, perché provengono dal coordinamento di funzioni che rimarrebbero comunque a capo delle unioni comunali o delle regioni;
  2. oltre la conferma per gli enti di area vasta funzioni prevalentemente di “manutenzione” del territorio (come la gestione delle strade provinciali e dell’edilizia scolastica), occorre chiarire l’attribuzione di funzioni, come quella del turismo, attività produttive o programmazione economica, che pur incentrate prevalentemente sulla distribuzione di risorse, garantiscono, soprattutto in regioni virtuose con forte deleghe regionali alle province, un livello efficiente di coordinamento per la valorizzazione dei beni locali, lo sviluppo del territorio e l’utilizzo delle risorse europee;
  3. è necessario affrontare il tema dello sviluppo strategico dei territori non metropolitani. Prendendo ad esempio la sola Emilia Romagna la città metropolitana di Bologna interessa poco più di un 1/5 della popolazione regionale. Resta aperta pertanto la questione di come gli enti di area vasta possano trasformare la confermata funzione di “pianificazione territoriale provinciale di coordinamento” in una efficace azione di raccordo tra pianificazione comunale e pianificazione regionale da una parte e tra città medie e “aree interne” (ovvero quelle più periferiche anche in termini di servizi e collegamenti), dall’altra, in un’ottica non solo di pianificazione urbanistica, bensì di coordinamento dello sviluppo economico e sociale (anche qui con il perseguimento di economie di scala). Le politiche dello sviluppo di ciò che potremmo definire “aree cardine” (tra città medie e aree interne) non sono meno complesse di quelle che interessano le aree metropolitane e dovranno essere attentamente bilanciate e coordinate all’interno delle regioni, anche attraverso una rivisitazione dei piani territoriali strategici regionali.

Le considerazioni che sono emerse da un primo confronto, effettuato nella cornice del “Centro Studi Melandri” (seminario del 16/5/2014), sul potenziamento della L.56/14 in tema di coordinamento di “funzioni per lo sviluppo dei territori” sono le seguenti:

      1. l’assetto di governance che affida all’ente intermedio il secondo livello (quindi indiretto) è funzionale ad una idea di ente intermedio che abbatte i costi e le inefficienze insite nella discrezionalità politica degli organi consiliari provinciali;
      2. l’ampliamento delle funzioni di questo nuovo ente intermedio di area vasta, in chiave di coordinamento di politiche di sviluppo (ad esempio: turismo, programmazione economica, fondi strutturali, ecc.), deve essere discusso alla luce di tre variabili: a) l’effettiva efficienza acquisibile attraverso un coordinamento di area vasta sub regionale e interprovinciale e l’effettivo impatto sullo sviluppo del territorio; b) la non sovrapposizione con un coordinamento efficiente di carattere regionale; c) il modello regionale di delega multilivello (che ad esempio in Emilia Romagna ha conferito ampia discrezionalità distributiva e di investimento alle province in passato, ma che non rappresenta uno standard comune in molte altre regioni italiane);
      3. esiste il pericolo che la creazione di unioni comunali, senza un set di incentivi che le portino verso le fusioni, possano aumentare le inefficienze nel governo locale, aumentando il numero dei centri di coordinamento delle funzioni territoriali, soprattutto laddove ad una unica provincia si sostituiscono due o più unioni comunali;
  • potrebbe essere opportuno valutare le funzioni di area vasta all’interno di una complessiva idea di riordino delle autonomie e di federalismo amministrativo, dentro una riforma del Titolo V della Costituzione che possa spingersi anche a considerare accorpamenti tra regioni.  

[1] Le funzioni espressamente riconosciute alle province (art. 1, comma. 85) sono: a) pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché valorizzazione dell’ambiente, per gli aspetti di competenza; b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente; c) programmazione provinciale della rete  scolastica, nel rispetto della programmazione regionale; d) raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali; e) gestione dell’edilizia scolastica; f) controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale. Il comma 88 riconosce anche la predisposizione dei documenti di gara, di stazione appaltante, di monitoraggio dei contratti di servizio e di organizzazione dei concorsi e procedure selettive.

[2] Il carattere che potremmo definire di “municipalizzazione” lo si può anche evincere dalla relazione di accompagnamento al Disegno di Legge Ordinaria (Atto Camera C. 1542) dove si legge che “[…] siamo in presenza ormai di un’evoluzione chiara della democrazia locale italiana che, orientata alla semplificazione di forme di raccordo e di programmazione coerente dell’attività dei comuni nell’ambito delle loro competenze, definisce una strategia chiara, di grande valore e respiro costituzionale” (ndr, nostro corsivo).

[3] Il comma 89 dell’art 1 afferma che “[…] lo Stato e le regioni, secondo le rispettive competenze, attribuiscono le funzioni provinciali diverse di cui al comma 85 del presente articolo […]” al fine di conseguire le seguenti finalità: individuazione per ogni funzione dell’ambito territoriale ottimale di esercizio; efficacia nello svolgimento delle funzioni fondamentali da parte dei comuni; sussistenza di riconosciute esigenze unitarie; adozione di forme di avvalimento e deleghe di esercizio mediante intesa o convenzione. Sono altresì valorizzate forme di esercizio associato di funzioni da parte di più enti locali. Al comma 91 si legge che: “entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, lo Stato e le regioni individuano in modo puntuale, mediante accordo sancito nella Conferenza unificata, le funzioni di cui al comma 89  oggetto del riordino e le relative competenze”.

Legge n.56/2014: quali sfide ed opportunità strategiche per il governo dei territori?

Di Luca Mazzara, Direttore Master in City Management, Scuola di Economia, Management e Statistica, Università di Bologna e componente del Consiglio Direttivo del Centro e Studi Melandri.

 

 

La legge n. 56/2014 è entrata in vigore lo scorso 10 giugno e per i suoi contenuti normativi rappresenta senza dubbio una fonte di interessanti riflessioni in merito alle imminenti scelte che dovranno riguardare i nostri territori e l’intero sistema delle autonomie locali.

In attesa infatti dell’incerta progressione parlamentare concernente il dibattito inerente la riforma del Titolo  V della Costituzione nell’ambito del quale si dovrebbe pervenire all’eliminazione definitiva delle Province, restano ancora aperte alcune questioni su cui è lecito riflettere e approfondire il dibattito:

-quale ruolo dovremo aspettarci rispettivamente alle Regioni?

-quale configurazione potrà mai assumere il cd “ente di II livello” e come quest’ultimo potrà mai rapportarsi con le costituende aree metropolitane?

-quali ambiti di operatività è lecito aspettarsi dalla già esistenti Unioni dei Comuni o da quelle che a breve potranno anche costituirsi?

 

Per quanto attiene il primo interrogativo è chiaro che una volta che si saranno definitivamente conosciute le funzioni che verranno assegnate alle Regioni in base all’emanazione dell’atteso DPCM del prossimo 8 luglio, la prima mossa spetterà proprio a ciascuna Regione che dovrà valutare quale funzioni conseguentemente attribuire ai cd enti di II livello, assumendosi opportunamente un fondamentale ruolo di cabina di regia per quanto attiene sia la pianificazione strategica che il coordinamento delle politiche inerenti il territorio regionale.

 

Relativamente al secondo interrogativo, è indubbio che vi è ancora un’elevata incertezza in merito ai connotati che l’ente di area vasta o di II livello dovrà avere: perché se da un lato è pensabile che tali enti non debbano replicare i superati ambiti ex-provinciali, dall’altro è alquanto probabile che le cd “aree vaste” potranno verosimilmente coincidere con i già noti ambiti dei distretti sanitari proprio per sfruttare l’elevata concentrazione di forme di collaborazioni tra enti avviate con particolare riferimento alle materie sanitarie e sociali.

E’ chiaro che tali enti di II livello dovrebbero fungere da primari interlocutori tra Regione di riferimento e mondo delle autonomie locali (unitariamente considerati o accorpati in relative Unioni) occupandosi primariamente di attività di coordinamento trasversale ai territori amministrati. Nulla da obiettare anche laddove in alcuni casi si vogliano considerare le medesime Unioni (specie pensando a quelle di ampie estensioni territoriali) quali enti di area vasta.

Tenendo conto del prossimo start up previsto per il 1 gennaio 2015 delle città e quindi delle aree metropolitane, con riferimento all’ambito Emiliano Romagnolo, la definizione dei nuovi assetti istituzionali non potrà prescindere dal fatto che la maggior parte dei comuni della Regione Emilia Romagna non rientra negli ambiti dei confini metropolitani bolognesi, con inevitabili ripercussioni sul ruolo e sul destino che dovrà interessare i cd “comuni di confine” (si pensi ad esempio agli enti del Comprensorio Imolese), che si stanno da tempo interrogando se per loro sia conveniente o meno sganciarsi dalle orbite metropolitane per abbracciare nuovi ambiti di operatività con altri territori (nel caso in esame romagnoli).

 

Infine il terzo punto: se di fronte al dibattito intercorso negli ultimi anni circa le varie ipotesi di riduzione e razionalizzazione (in primis) e di eliminazione (poi) delle Province, ciò che è scaturito è stato un netto incremento delle Unioni dei Comuni, con un contestuale aumento del grado di densità qualitativa delle stesse, è lecito attendersi non solo una preventiva ed accurata definizione delle funzioni di cui ciascuna Unione dovrà occuparsi in futuro bensì anche di interrogarsi su quali forme di eventuale collaborazione potranno essere avviate anche tra differenti Unioni di comuni presenti su aree territoriali limitrofe.  Nell’ambito di tale dinamica inerenti le Unioni di comuni, il ruolo di cabina di regia regionale e il  necessario ambito di raccordo da parte degli enti di II livello richiederanno senza dubbio un salto di qualità anche nel processo di definizione e progettazione delle politiche regionali riguardanti lo sviluppo economico e sociale dei territori. Da qui emerge altresì la necessità da parte della Regione di rivedere non solo il proprio modello di pianificazione strategica concernente il governo del territorio bensì anche gli strumenti attuativi attraverso i quali filtrare in modo opportuno le richieste degli enti di finanziamenti finalizzati a studi di fattibilità per avviare nuove Unioni, per potenziare l’offerta di funzioni e servizi da parte di quelle esistenti o per dare vita a veri e propri progetti di fusione tra comuni. L’auspicio è che la riforma serva anche a conciliare l’importante capitolo delle riforme delle autonomie con quello dello sviluppo dei territori, in vista di un nuovo ciclo di politiche regionali, in virtù delle elezioni amministrative del 2015. In questa fase di ridefinizione delle politiche economiche e sociali a livello nazionale, la formula lanciata dal Centro Melandri conferma l’importanza del confronto costante tra rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, del mondo accademico e dell’economia per pensare al futuro del territorio romagnolo in termini di soluzioni concrete ed efficaci.